A volte vorrei svegliarmi e ritrovarmi a 14 anni. Anche se avevo l’apparecchio ai denti e un taglio di capelli che mettevano una maschera sopra alla mia vera età. Tentativo inutile di recuperare le cose che non ho fatto, che mi sono mancate e che mi sono lasciata scappare per troppa sicurezza del dopo. Già, la sicurezza del dopo, quella che ti dice che tanto se non lo fai ora ricapiterà l’occasione un’altra volta, e invece no, è una fregatura immane. Non bisogna dare ascolto ai rimandi. L’ho capito tardi, forse: allora era il mio vizio migliore, adesso vorrei solo strapparlo come fosse un pezzo di carta e buttarne i resti nel cesso, tirare lo sciacquone e spazzare via quello che ho lasciato appeso a un domani ignoto e pieno di speranze, per poi illudermi e martellarmi la testa per un’altra cosa che ho perso. E’ il classico rito dell’adolescente in festa, che tutto afferra per poi assaporare una cosa soltanto. Capita in momenti in cui sale un groppo allo stomaco non appena una vocina maligna mi bisbiglia che non sto vivendo a fondo, che c’è sicuramente qualcosa che non va. Sono forse io il problema? Nessuna risposta. Allora chiudo gli occhi con la testa poggiata su un cuscino che ancora sogna, e rivedo il mio taglio di capelli dalla bruttezza indiscutibile, palline di ferro ai denti e la corporatura ossuta che mi faceva sentire fragile anche fuori, e prendo il sonno.
No, non voglio più tornare indietro nel tentativo di migliorare, e che cosa poi? La diversa sarei soltanto io in una giostra sempre uguale: potrei giocare diversamente, destreggiarmi meglio per cambiare il finale di situazioni banali e recuperare dei minuti importanti. Meglio di no. Sono arrivata a 23 anni che ancora mi lascio sopraffare dalla voce del rimando, ma di domani ignoti e speranzosi non ne vedo più. Si arriva a un’età in cui sembra si riesca a vedere il film del tuo futuro, come se ti avessero piazzato in uno show televisivo per mostrarti la fortuna o la sfiga che ti capiterà fra le mani, il quadro di una vita che sognavi o per la quale vomiterai, se diventerai ricco o povero, umile o stronzo. E capisco che l’origine di questo guaio, della difficoltà di sentirsi qui ed ora, del vizio del rimando, non risiedono nel classico rifugio in un passato nostalgico dal richiamo facile, ma nella stabilità mentale nel presente. Come’è possibile vivere a pieno giorni apparentemente normali, farne delle specialità e poi sentirsi vuoti? Altro non è che terrore, cemento nel cuore che non ti porta a sentirti soddisfatta: studio, vita diversa, posti nuovi, sguardi consapevoli, passi maturi, un principe al tuo fianco e a fine giornata fai i conti dei tuoi guadagni invisibili e ti sembra di non avere ricevuto niente. Maledetta sensazione, maledetta voce che martelli il cervello e non ravvivi il cuore. Ma domani farò meglio, domani guarderò le cose per quello che sono e non per come le vedo io, domani sarò più forte, domani camminerò sopra le nuvole perché domani sentirò di più. Domani, domani… Maledetto vizio del rimando, dannata sicurezza del dopo.
Dopo, ma chi ti assicura? Non hai garanzie ed io come posso continuare a crederti?
Poi appari tu, il tuo viso disincantato che arriva come un lancio di neve e non fa male, stavolta non fa male. Mi basta un tuo abbraccio semplice per spegnere in un secondo il chiasso della mia mente. La tua pelle chiara e le labbra morbide, la tua mano dal tocco rassicurante che mi sfiora il viso e che sa di presente mi allietano; e provano a dirmi che non c’è da avere paura, remore, che è solo testa, che ci vuole più cuore. E che ci sei. E correrei da te, ora. Correrei dal mio presente.
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